Anziani Si, malati anche, Finiti Mai

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Anziani sì, malati anche. Finiti mai Scoprire la musica…dopo gli 80
Dalla Iperfaltrak a Sonoramente, chi scopre il coro, chi stando insieme affronta l’Alzheimer. Le risposte venute dal basso a una città che invecchia

Anche lui, come i Blues Brothers, è «in missione». Anche lui vuole rimettere insieme «la banda», la gloriosa Iperfaltrak. Si chiama Flavio Campi e vive dov’è nato 84 anni fa: a Quinto Romano, periferia «indigesta» di Milano. Ha cominciato lavorando in una fabbrica di strumenti musicali nel 1947. Dal 1961 in proprio: trombe, tromboni, ottoni sono il suo pane. Apprezzatissimo: in 35 anni ha servito i grandi, dalle bacchette della Scala agli artisti di fama mondiale. Ogni tanto lo chiamano ancora, «e ogni volta è come se mi dessero 20 anni di giovinezza». Una bella storia milanese: «Quando ero giovane per davvero, ho avuto la fortuna di stare in una cooperativa che aveva la banda. Così ho imparato la musica. Poi la banda ha chiuso. Noi giovani abbiamo continuato a trovarci una volta alla settimana. Così abbiamo messo in piedi l’Iperfaltrak. Siamo andati in Trentino, ai carnevali in Francia. A Roma in piazza San Pietro con O mia bela madunina abbiamo fatto il botto». Tutto questo fino al 2011: «Un po’ perché non c’è stato il ricambio generazionale e un po’ perché non avevamo più la sede, il gruppo si è sciolto. Ma adesso vogliamo farlo risorgere».

In sordina

Non tutti sanno che nelle periferie del dopoguerra impazzavano le «faltracade», che in milanese significa «fare chiasso». Negli anni Sessanta ce n’erano una decina. Tra loro l’Iperfaltrak: cultura popolare e arte colta nell’emancipazione di una comunità che voleva sentirsi protagonista. Mica facile farlo oggi, ai margini «ingrigiti» di questa scintillante Milano europea. Una città che invecchia in sordina (età media 45 anni e mezzo), con i giovani scesi al 20 per cento e il record degli over 65 al Gallaratese (35 per cento della popolazione).

La Milano d’argento ha tante facce come quella di Flavio Campi. Energie nascoste da regalare, se non da vendere. L’importante è saperle convogliare: è quello che fanno anche Le Compagnie Malviste, presenti a Quinto Romano dal 2007 con laboratori teatrali a cadenza settimanale. «L’obiettivo – dice Alvise Campostrini – è restituire identità e attrattiva a un territorio vissuto come estraneo e accessorio, incentivandone la vita culturale e sociale». Con laboratori che diventano filtro tra i servizi, le istituzioni e i cittadini attraverso varie modalità come feste, spettacoli e altri eventi gratuiti; mettendo in rete le associazioni, i commercianti, i comitati di quartiere, con la creazione di tavoli di lavoro come quello nato per riportare in auge l’Iperfaltrak (dal 16 ottobre presso lo spazio «Claudio Acerbi» in via Caldera 115 dalle 16 alle 18).

Laboratorio

La musica è un collante sorprendente nella città che invecchia sfilacciandosi con gli acciacchi dell’età. Tra questi ci sono le demenze come l’Alzheimer: forse non tutti hanno sentito parlare del Coro SonoraMente (nella foto, un’immagine scattata durante una prova con Memo Remigi), una proposta di musicoterapia per memorie fragili attiva a Milano dal 2016. È un’iniziativa di Walter Vinci Onlus, associazione che si occupa di cultura, prevenzione e sostegno delle fragilità. Il gruppo consta di 40 elementi ed è guidato da una maestra di coro, un musicoterapeuta, un pianista, voci di volontari. La partecipazione è gratuita, il sostegno pubblico nullo. Ci si ritrova una volta alla settimana (mercoledì dalle 14.30 alle 16.30 in via Previati 8). «La cosa più inaspettata – racconta Marta Vinci — è il coinvolgimento dei caregiver. La loro presenza non era prevista, ma è emerso che volevano esserci». Benessere, autostima, relazione. Tanti «curacari» continuano a bazzicare il coro anche se il malato non c’è piu. «E quando il nostro Raffaello ha la febbre e non ce la fa, il badante Persi non perde l’occasione per venire a cantare».

Milano come un coro, un laboratorio di invecchiamento attivo anche per i più fragili. La neurologa Elisabetta Farina, responsabile del servizio di riabilitazione cognitiva all’Irccs Santa Maria Nascente della Fondazione don Gnocchi, racconta la storia di Marta e Luigi. Una coppia senza figli della media borghesia, progetti di pensione spensierata, cinema e teatro e ristorante come sempre, prima che l’Alzheimer complicasse i piani. «Marta ha cominciato a dimenticare piccole cose, e poi cose più significative. Luigi si è dato da fare, subito, e ha portato Marta dal neurologo. Alla diagnosi si è sentito perduto, all’inizio ha cercato di cullarsi nella speranza che non fosse nulla di serio, poi ha capito. E si è sentito solo». A un certo punto, però, si è aperto uno spiraglio, racconta la dottoressa. «Grazie a una sperimentazione europea, a Milano e in altre città d’Italia, oltre che in Inghilterra e Polonia, sono stati aperti i Centri d’Incontro. Nati in Olanda, i CI sono centri dove la persona con Alzheimer trova la possibilità di esprimere ed esercitare i talenti ancora disponibili, uscire dall’isolamento sociale cui la malattia la condanna e ricevere un supporto per il difficile compito di adattarsi alla malattia. La psicomotricità è il filo conduttore dell’approccio dei CI per le persone con Alzheimer e permette loro di esprimersi anche quando le parole mancano. Nello stesso tempo i familiari ricevono informazioni utili alla gestione quotidiana, si riuniscono per darsi supporto l’un l’altro e ricevono consigli personalizzati. Allo stesso tempo il CI è una struttura demedicalizzata, inserita a pieno titolo nel quartiere di cui fa parte. Marta e Luigi vi hanno trovato nuovi amici. Marta ha imparato a vivere qualche ora senza Luigi, e Luigi pian piano ha trovato in sé la forza di far fronte alla situazione».

In modo creativo

Visione europea e concretezza meneghina si ritrovano nelle esperienze di molte realtà che operano per gli anziani più fragili a Milano. Nata nel 1992, la Fondazione Manuli onlus da oltre 25 anni dona servizi assistenziali gratuiti e personalizzati a persone con l’Alzheimer e ai loro caregiver, con particolare attenzione alle famiglie più disagiate. Perché decadimento cognitivo non vuole dire morte delle emozioni. Perché «c’è tutto un universo da scoprire – come ama dire la presidente Cristina Manuli – per ridare dignità, benessere e autostima alle persone malate e ai familiari». Oltre all’Alzheimer Cafè, la Fondazione offre una gamma di attività psicosociali (per un totale di 20mila ore di assistenza): Arteterapia nei musei, Danza Movimento, Musicoterapia. E la «Favola del benessere», racconti partecipati per rivivere in modo creativo il viaggio della vita. Il benessere nonostante l’età non può essere una favola, nella città dove Gillo Dorfles ha ancorato la sua barca prima di salpare a 107 anni nel 2018. Al grande Gillo sarebbero piaciute le trombe di Flavio Campi e la banda messa insieme dalle Compagnie Malviste, e la folle missione di rimettere insieme l’Iperfaltrak.

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