Rosetum, le memorie di guerra affidate alle nonne bambine

Arte e cultura, Spettacoli

di Milly Moratti. Pubblicato sul Corriere della Sera edizione di Milano il 9 agosto 2006.

Un pomeriggio di questa caldissima estate ci ha regalato uno spettacolo teatrale del tutto particolare: il “Rosetum” era gremito di teste bianche che agitavano i loro ventagli, per assistere a “Frammenti di memorie”, la storia raccontata dalle semplicità dei ricordi di un gruppo di donne vecchie, senza volere fare sconti all’età neppure negli aggettivi. Le avevo conosciute al centro di via Ojetti, mentre lavoravano con grande entusiasmo all’allestimento: preparavano le pigotte, le bambole di pezza, con cui avrebbero recitato.

Cucivano gli abiti così come se li ricordavano nella loro infanzia: tutte vestite da “giovani italiane”, con la gonna nera e la camicetta bianca. Sul palcoscenico le bambole erano abbracciate e trattate da quelle vecchie bambine con la cura che si riserva al gioco che ti aveva appena portato Gesù Bambino o che sapevi che era costato tante notti di lavoro segreto a mamma o a papà.

Le mani incatenate dall’artrite, le schiene piegate dall’osteoporosi diventavano d’improvviso più leggere: non si raddrizzavano, ma era come se il peso fosse più lieve, come se l’anima la vincesse su quel corpo ostile, e si riprendesse la sua libertà di sentirsi come una volta, senza vergogna.

Ho pensato alla mia mamma, e a come l’avevo violentata non volendo riconoscere la sua vecchiaia, volendo raddrizzare a tutti i costi la stortura delle sue ossa, colmare i suoi improvvisi volontari vuoti di memoria, le sue incertezze, anche la sua paura per la morte. La dolcezza con cui quelle vecchie donne portavano i i loro seni ormai appiattiti, le spalle in una posizione che avevano ceduto da tempo alla statica corretta, le gobbette che si erano ormai insediate stabilmente, tutta quella dolcezza era il riscatto dall’imperativo categorico “Sii giovane” propagandato dal mondo tutto intorno.

Erano state giovani nel periodo sbagliato per poterne cogliere spensieratamente i vantaggi: la guerra era stata per loro una realtà: tornare dal rifugio, aprire la porta di casa felici che ci fosse ancora, e vedere il cielo al posto del soffitto crollato: non discutevano di tensioni internazionali, non di guerre economiche in guanti bianchi, ma semplicemente dicevano: la guerra non si deve fare perché noi l’abbiamo vista, e vorremmo dirlo ai giovani di adesso. La liberazione era poi per tutti un fatto personale, prima che una data sui libri di storia: per una addirittura il 25 aprile aveva coinciso con la liberazione da un marito sposato troppo in fretta. Ma quanto amore per quei tempi difficili, e anche limitativi della libertà personale: una veccia ragazza sfiorava amorosamente la divisa del padre ferroviere, che riviveva, fissato in una splendida giovinezza, nel corpo di un mimo con i lineamenti sbiancati.

Tornava, nella descrizione minuziosa della stoffa, della lucidatura degli stivali, del capello portato con eleganza, tutto l’orgoglio innamorato per quel uomo bellissimo che era suo padre. Si può essere l’idolo di una ragazza anche se si e ferroviere e non attore o cantante.

O forse adesso è diverso e i nipotini cercano altrove esempi da seguire. Chi ascolta la lezione di queste nonne bambine?

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